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Catania

Cardinale Pietro Parolin – Omelia del Pontificale per il IX Centenario della Traslazione delle Reliquie di Sant’Agata

Catania, 17 agosto 2026

Cari fratelli e sorelle,

con profonda gioia prendo parte a questa solenne celebrazione nella quale la Chiesa di Catania rende grazie al Signore per il nono centenario del ritorno delle reliquie di Sant’Agata.

Saluto con deferenza l’Arcivescovo, i vescovi presenti, i sacerdoti, i diaconi, i seminaristi, i consacrati e le consacrate.

Rivolgo un cordiale pensiero alle autorità civili e militari, ai rappresentanti delle istituzioni, del mondo della cultura e del volontariato, ai devoti di Sant’Agata e a tutto il popolo santo di Dio che vive in questa amata terra di Sicilia.

Un saluto particolare va ai pellegrini qui giunti da altre Chiese e a quanti partecipano attraverso i mezzi di comunicazione. Porto a tutti voi il saluto affettuoso e la benedizione di Sua Santità Papa Leone XIV, che ha voluto nominarmi Legato pontificio per questa circostanza.

Egli si unisce spiritualmente alla vostra letizia, rende grazie al Signore per la luminosa testimonianza di Sant’Agata e affida questa Arcidiocesi, la città di Catania, le famiglie, i giovani, gli anziani e l’intera Sicilia alla sua intercessione.

Novecento anni sono una misura che supera la vita delle singole generazioni e ci introduce nel tempo lungo della fede.

Celebrare questo anniversario significa riconoscere che il Signore è stato fedele alla sua Chiesa attraverso i secoli, sostenendola nelle prove, purificandola nelle difficoltà e facendola rifiorire continuamente attraverso la testimonianza dei santi.

Cambiano le epoche, mutano le forme della società, si trasformano i linguaggi e le sensibilità, ma rimane immutata quella comunione dei santi che, come insegna il Credo, unisce il cielo e la terra e rende ogni epoca contemporanea del Vangelo.

Sant’Agata non appartiene semplicemente alla storia di Catania, appartiene all’oggi di Dio e continua a camminare con il suo popolo. Sant’Agostino ricordava che i martiri non sono lodati perché hanno sofferto, ma perché hanno perseverato. Non è il dolore a renderli grandi, ma l’amore che li ha resi fedeli fino alla fine.

E Tertulliano affermava che il sangue dei martiri non è il segno di una sconfitta, ma il seme da cui continuamente rifiorisce la Chiesa. Ed è proprio questo che oggi contempliamo: una santità che non appartiene ai musei della memoria, ma continua a generare fede, speranza e carità.

La Liturgia della Parola illumina con straordinaria profondità il significato di questa celebrazione. Le letture che abbiamo ascoltato provengono da contesti storici differenti, eppure convergono in un unico grande annuncio.

Dio rimane fedele anche quando tutto sembra perduto e chi pone in Lui la propria speranza scopre che la morte non possiede l’ultima parola. L’intera storia della salvezza è attraversata da questa certezza, che raggiunge il suo compimento nella Pasqua di Cristo. La prima lettura ci ha fatto entrare in una delle pagine più alte della spiritualità biblica: il martirio dei sette fratelli Maccabei e della loro madre.

In quel racconto non troviamo l’esaltazione dell’eroismo umano, ma la forza della fede. Colpiscono le parole con cui quei giovani affrontano la morte, certi che «il Re del mondo ci risusciterà a vita nuova ed eterna».

È una delle più limpide professioni della speranza nella risurrezione presenti nell’Antico Testamento. Israele comprende progressivamente, proprio nell’ora della persecuzione, che l’alleanza di Dio è più forte della morte e che le sue promesse non si esauriscono entro i confini dell’esistenza terrena. Questa stessa speranza illumina la vicenda di Sant’Agata.

Anche lei, come i Maccabei, si trovò davanti alla possibilità del compromesso. Anche lei avrebbe potuto salvare la propria vita rinnegando ciò che aveva scelto. Eppure comprese che esiste un bene più grande della stessa vita e questo bene è appartenere a Gesù Cristo.

Per questo il suo martirio non è anzitutto il racconto di una violenza subita, ma la manifestazione di un amore che nessuna violenza è riuscita a spegnere. E l’apostolo Paolo, nella seconda lettura, ci introduce nella medesima prospettiva.

Egli porta nel proprio corpo le fatiche dell’apostolato, conosce l’incomprensione, la persecuzione e la fragilità e tuttavia continua a proclamare Cristo con una serenità che sorprende. La sua forza nasce dalla convinzione che il tesoro del cielo è affidato a vasi di creta perché appaia chiaramente che la potenza appartiene a Dio e non agli uomini.

La Chiesa non vive della propria efficienza, vive della grazia di Dio; non si fonda sulle capacità dei suoi membri, ma sulla fedeltà del Signore che continua ad operare nella debolezza umana. E il Vangelo raccoglie e porta a compimento questo itinerario spirituale con l’invito di Gesù: «Non abbiate paura».

È una parola che percorre tutta la Scrittura. L’angelo la rivolge a Maria, gli angeli ai pastori nella notte di Betlemme, il Risorto ai suoi discepoli. Ma non è un semplice incoraggiamento psicologico, bensì il fondamento stesso della nostra vita cristiana. Perché Gesù non promette un’esistenza priva di prove e di tribolazioni. Promette qualcosa di molto più grande.

La presenza del Padre, che conosce ciascuno dei suoi figli, conta perfino i capelli del loro capo e non lascia cadere a terra nemmeno uno dei passeri senza il suo volere. Se Dio si prende cura così della creazione, quanto più custodirà coloro che ha redento con il sangue del suo Figlio.

E in questo si manifesta anche la straordinaria attualità di Sant’Agata. Il suo esempio ci ricorda che il martirio non appartiene soltanto ai primi secoli della vita e della storia della Chiesa. Anche oggi quanti cristiani sono perseguitati in molte parti del mondo.

Come non ripetere, perciò, l’esclamazione di San Cipriano, quando scriveva: «O beata la nostra Chiesa, che Dio illumina ancora e onora di tanta dignità, la nostra Chiesa, che anche ai nostri tempi è resa splendente dal sangue glorioso dei martiri».

Ricordiamo quindi e preghiamo in questo momento per tutti questi nostri fratelli sparsi nelle varie parti del mondo che soffrono persecuzione per il nome del Signore e per il suo Vangelo.

Ma non dimentichiamo, fratelli e sorelle, che esiste anche un martirio, per così dire, incruento, al quale anche noi, tutti noi qui presenti, siamo chiamati.

È il martirio quotidiano della fedeltà: quello degli sposi che custodiscono il loro amore nelle difficoltà, quello dei genitori che educano cristianamente i figli, quello dei giovani che non cedono alla cultura dell’apparenza e della superficialità, quello dei sacerdoti e dei consacrati che spendono con generosità la propria vita, degli anziani che offrono le loro sofferenze con fiducia, di quanti nel silenzio scelgono ogni giorno la giustizia invece del compromesso, la verità invece della convenienza, il perdono invece della vendetta.

E questa è la santità feriale di cui parlava il Concilio Vaticano II quando ricordava che tutti i battezzati sono chiamati alla pienezza della vita cristiana. Celebrare il nono centenario significa allora interrogarsi non soltanto su ciò che abbiamo ricevuto, ma soprattutto su ciò che siamo chiamati a trasmettere.

La Chiesa di Catania custodisce un patrimonio immenso di fede, di cultura, di pietà popolare e di carità. Ma ogni eredità vive soltanto se viene continuamente rigenerata. Le nuove generazioni non hanno bisogno tanto di monumenti o di ricordi, ma di uomini e donne nei quali il Vangelo diventi nuovamente visibile.

E questa terra conosce anche tante sfide, le ricordava già l’Arcivescovo all’inizio della celebrazione nelle sue parole: la povertà, le disuguaglianze, il dramma di molti giovani costretti a cercare altrove il proprio futuro, le fatiche delle famiglie, il fenomeno delle nuove povertà materiali e spirituali. Eppure proprio qui risplende la forza del Vangelo.

I santi ci insegnano che il male non si vince con altro male, ma con quella carità che nasce dalla Croce e che trasforma la storia dall’interno. Sant’Agostino amava ripetere che la speranza ha due figlie bellissime: l’indignazione e il coraggio. L’indignazione per le cose come sono e il coraggio di cambiarle. È una consegna preziosa anche per la Chiesa di oggi.

In questa Eucaristia che stiamo celebrando, il Signore rende presente il mistero pasquale dal quale Sant’Agata ha attinto la forza della sua testimonianza. I Padri della Chiesa amavano vedere nell’altare insieme la mensa del sacrificio e la mensa del convito, il luogo in cui Cristo continua a donarsi alla sua Chiesa perché essa impari a donare la propria vita.

Nessun martire ha trovato in sé stesso il coraggio della fedeltà. Tutti lo hanno ricevuto da Cristo che, nell’Eucaristia, continua a nutrire il suo popolo con la sua Parola e con il suo Corpo.

Anche noi, partecipando a questi santi misteri, chiediamo la grazia di essere trasformati in ciò che riceviamo, perché la comunione con il Signore diventi sorgente di una testimonianza credibile, capace di rendere visibile il Vangelo nella vita quotidiana.

Carissimi fratelli e sorelle, mentre rendiamo grazie al Signore per questi novecento anni di storia, chiediamo, per intercessione di Sant’Agata, di continuare a camminare nella fede, indicando con la vita Cristo, unico Salvatore del mondo, ieri, oggi e sempre. Con questi sentimenti eleviamo insieme a lei la nostra preghiera.

Sant’Agata, vergine martire, che resa forte dalla grazia di Cristo hai testimoniato il Vangelo fino al dono della vita, intercedi per la Chiesa che è in Catania e per il popolo che da secoli ti onora con amore. Sostieni con la tua preghiera i pastori chiamati a guidare il gregge del Signore.

Ottieni perseveranza alle famiglie, speranza ai giovani, conforto agli anziani, agli ammalati e a quanti sono provati dalla sofferenza. Intercedi per coloro che esercitano responsabilità nella vita civile perché, docili alla legge morale iscritta da Dio nel cuore di ogni uomo, promuovano la dignità della persona, il bene comune, la giustizia e la pace.

Tu che hai conformato la tua vita al mistero pasquale di Cristo, ottienici la grazia di rimanere saldi nella fede, operosi nella carità e perseveranti nella speranza perché, camminando nella comunione della Chiesa e sostenuti dalla tua intercessione, giungiamo alla piena partecipazione della liturgia celeste, dove il Padre è glorificato, il Figlio regna con Lui nello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.

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